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Scritto da ziobudda, il 04-06-2015
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Giocattoli vs privacy: facciamo il punto

Bambole affamate di dati
Non sono poche le segnalazioni relative alla scarsa sicurezza nei giocattoli “intelligenti”. Già nel 2015 le "Hello Barbie" hanno destato attenzione poiché elaboravano dati inviandone parte a server nel cloud senza previo consenso né tutela, motivo per cui ai tempi la Mattel, produttore di “Hello Barbie” si assicurò il famigerato "Big Brother Award". Ad un anno di distanza alcune ricerche hanno evidenziato che anche i giocattoli della Genesis Toys, non ancora commercializzati in Italia ma acquistabili online in qualsiasi momento, raccolgono numerosissime informazioni. La denuncia sottoposta il sei dicembre scorso alla Federal Trade Commission statunitense elenca dettagliatamente i dati raccolti da bambole e robot di Genesis oltre a dati GPS e registrazioni vocali:

Nome del bambino
Nome dei genitori
Alimento preferito
In quale scuola va il bambino
Programmi TV preferiti
Principessa preferita
Giocattolo preferito

Va da sé che la raccolta di tali dati estremamente personali e la loro trasmissione via internet metta in allarme numerosissime persone. Se tali dati cadessero nelle mani di delinquenti, non possiamo che aspettarci conseguenze disastrose. Nessuno desidera che informazioni sensibili come l’indirizzo di casa o della scuola sia reso noto a potenziali predatori, ancor meno che questi dispongano di informazioni note altrimenti solo alla cerchia familiare. Inoltre tali giocattoli smart sono microspie ideali, poiché nascoste nel miglior posto possibile, la bambola che siede proprio al centro della stanza. Configurabili tramite app per iOS e Android, tali giocattoli si connettono allo smartphone via bluetooth. La app richiede un eccessivo numero di autorizzazioni, tra cui anche l’accesso al microfono dello smartphone, senza però motivare concretamente la richiesta di tali autorizzazioni.

Elaborazione Dati
I dati raccolti, come quelli vocali, non vengono elaborati da Genesis Toys.
La tecnologia alla base del riconoscimento vocale del giocattolo è fornita da un secondo produttore, la Nuance Communications.
I dati raccolti vengono inviati a server negli USA per essere analizzati dal produttore. Una pratica non insolita, chi si avvale di Siri su iPhone o iPad accede al pendant Apple di una simile infrastruttura. Fatte salvo poche eccezioni, l’analisi del linguaggio ha luogo sempre sul cloud, poiché la sua elaborazione richiede una potenza di calcolo ben superiore a quella di uno smartphone o di un giocattolo per bambini.
Supponendo che lo smartphone venga impiegato prevalentemente dagli adulti, la situazione si fa particolarmente critica se si parla di dati riguardanti i minori. Anche la VTech in passato ha subito dure critiche per l’accidentale divulgazione di migliaia di dati riguardanti bambini causata da una falla dei loro servizi Web, un incidente in seguito a cui hanno modificato i propri termini e condizioni nel tentativo di scaricare ogni responsabilità di futuri incidenti sui genitori.

Benvenuti nella giungla (legale)
Siamo onesti:
Quando è stata l’ultima volta che abbiamo letto per intero i termini e le condizioni d’uso o di licenza di un software o di una appliccazione prima di accettarli?
Né Genesis Toys né Nuance Communications nascondono come vengono impiegati i dati raccolti tramite i giocattoli. Quasi tutte le informazioni sono elencate nelle condizioni d’uso. Tuttavia alcune clausole sono formulate in modo talmente vago ([...]raccoglie dati per uso interno[...] ) o velato, da rendere necessaria una lettura particolarmente attenta. Chi desidera sapere esattamente come Nuance impiega i dati raccolti, viene indirizzato con un link alle linee guida di Nuance sulla protezione dei dati, dove si menziona esplicitamente, che i dati vengono usati anche a scopo pubblicitario. Non ci sorprende quindi che i giocattoli diventino piattaforme per il piazzamento di prodotti o servizi. La versione statunitense delle bambole risulta affermare chiaramente che adora andare a Disney World e che l’Epcot Center sia la sua attrazione preferita.
Gran parte delle motivazioni della denuncia a carico di Genesis verte sul fatto che il gruppo target per cui sono stati prodotti tali giocattoli non sia in grado di dare il proprio consenso ai termini ed alle condizioni del produttore in modo legalmente vincolante (in Italia a norma di legge solo al compimento del 18 anno di età). Inoltre il produttore non può neanche verificare in modo irrefutabile, se i genitori hanno dato il loro consenso.

Cosa possono fare i genitori
Preoccuparsi, alla luce di tali notizie, è una reazione normale, dato che produttori di giocattoli blasonati hanno tenuto in passato una condotta non proprio esemplare in merito alla protezione della privacy. Fare però di tutta l’erba un fascio condannando tutti i giocattoli elettronici non contribuisce a migliorare la situazione. Al contrario, tali notizie e informazioni dovrebbero spronare i genitori di valutare con maggior attenzione se è opportuno acquistare l’uno o l’altro giocattolo, istruendo il più chiaramente possibile i propri figli in merito all’uso appropriato dell’oggetto, una volta acquistato.


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Il nome del sito è memorabile e accattivante: Clickclickclick.click. Visitatelo tenendo alzato (ma non troppo) il volume del sonoro e scoprirete che finché tenete aperta la pagina, anche se navigate altrove, una voce sarcastica in inglese descriverà e commenterà le vostre attività nel browser.

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Safe Harbor invalidato: conseguenze per il VoIP in Europa

3cx-logo-high-resolution-1024x372La sentenza della Corte di Giustizia Europea mette in discussione la fruibilità di servizi Internet, tra cui il VoIP in modalità “hosted”, erogati da operatori statunitensi a privati e aziende europee. A queste ultime in special modo 3CX consiglia di verificare l’ubicazione dei server e l’aderenza degli operatori alla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea in materia di tutela dei dati.

Cipro – Ci siamo, l’accordo ”Safe Harbor“, ossia la convenzione siglata 15 anni fa tra Stati Uniti e Commissione Europea che consentiva alle società americane di conservare negli Stati Uniti, nel rispetto di alcuni standard, i dati personali degli utenti europei, è stato invalidato dalla Corte di Giustizia Europea. La sentenza giunge a fronte della causa intentata dallo studente e attivista della privacy Max Schrems contro Facebook presso il tribunale irlandese in merito all’illecita conservazione generalizzata dei dati personali degli utenti europei senza alcuna differenziazione rispetto agli utenti americani, finita alla Corte di Giustizia Europea. Lo scandalo della NSA statunitense fu la prova portata dall’accusa, così come la trasmissione dei dati personali degli europei da Facebook ai centri di calcolo americani ed il sospetto di manipolazione delle misure per la protezione dei dati, come appreso dalla stesso Schrems durante il suo soggiorno di studio negli Stati Uniti direttamente da un addetto alla sicurezza dei dati di Facebook. Sebbene i giudici abbiano dichiarato che la decisione di annullamento fu presa non a causa della faccenda dei servizi segreti ma a causa della chiara incompatibilità delle leggi americane con i diritti fondamentali sanciti nell’UE (US Patriot Act, emesso nel 2001 e il conseguente monitoraggio indiscriminato, apparentemente interrotto nel giugno di quest’anno), è difficile escludere che la sentenza non affondi le proprie radici anche nelle rivelazioni di Snowden.

Dopo che gli episodi internazionali sopra citati hanno avvinto l’opinione pubblica era infatti solo questione di tempo prima che si giungesse ad una revisione dell’accordo „Safe Harbor“. In base al Patriot Act, infatti, la riservatezza dei dati personali degli utenti europei conservati in America non avrebbe potuto essere garantita. Di notevole interesse, in tutta la questione, è comunque il fatto che la richiesta di modifica dello status quo non sia scaturita a livello politico ma sia stata portata avanti con perseveranza da un singolo cittadino e dalla sua azione collettiva con la raccolta di oltre 25.000 firme.

 Corte di Giustizia dell’Unione Europea Fonte: Corte di Giustizia dell’Unione Europea

Significato concreto del decreto

Istituzioni
La sentenza ha indubbiamente conseguenze di ampio respiro, poiché rappresenta un chiaro avvertimento alle Istituzioni Europee, in questo caso alla Commissione Europea, in merito alla non aggirabilità o violabilità dei Diritti fondamentali dell’UE per facilitare o promuovere relazioni economiche. La Commissione Europea ed il Ministero per il Commercio degli Stati Uniti dovranno ora riprendere i negoziati per trovare un nuovo accordo, il quale dovrà rispettare le direttive europee in merito alla protezione dei dati.

Utenti privati e aziendali
Non appena convalidata, la sentenza è stata accolta con euforia dalle associazioni dei consumatori in tutta Europa, sebbene siano in molti a nutrire dubbi sugli effetti pratici dell’invalidazione. Dal punto di vista economico, a fronte degli indubbi vantaggi dei servizi ospitati nel Cloud, inclusa la telefonia IP, è prevedibile che le aziende rivalutino operatori basati in Europa, conferendo maggior impulso al mercato delle soluzioni erogate in hosting sul continente.

Provider americani
Come conseguenza del decreto, i provider americani si aspettano un forte incremento delle spese, dovute all’acquisizione di nuovi centri di calcolo in Europa, e, a livello di processi aziendali, un’onerosa estensione dell’obbligo di prova di aderenza ai principi di tutela dei dati europei. Il vero incubo per le società americane è tuttavia la perdita dei profitti dovuta alla riduzione dei clienti. Secondo gli esperti, il danno sarà molto elevato, essendo l’Europa uno dei maggiori importatori di servizi IT per l’economia americana.

”Mors tua, vita mea”
Per gli operatori d’oltre oceano, i provider europei sono già da diversi anni tra i maggiori concorrenti per quanto riguarda le soluzioni Cloud, proprio per l’alto livello di sicurezza dei dati garantito. Per questo motivo il Cloud “Made in Europe” gode già di un’immagine molto positiva. L’invalidazione dell’accordo “Safe Harbor” rappresenta quindi un’enorme opportunità, per i provider europei, di estendere le proprie quote di mercato. Alle aziende europee consigliamo di verificare quanto prima l’esatta ubicazione dei server che ospitano il centralino e quindi tutti i dati inerenti le conversazioni aziendali, per assicurarsi che il servizio sia effettivamente erogato sul suolo europeo.

L’impegno di 3CX

3CX ha riconosciuto da subito le falle di sicurezza presenti nell’accordo “Safe Harbor” e ha provveduto a selezionare sin dall’inizio centri di calcolo situati esclusivamente in Europa, per le sue soluzioni PBX in hosting. L’azienda segue una precisa strategia che tiene in considerazione la capacità dei centri di calcolo di assicurare la massima tutela della riservatezza dei dati critici dei propri clienti. Non da ultimo: 3CX dispone di un esteso portafoglio clienti negli Stati Uniti, i dati degli utenti statunitensi e degli utenti europei sono compartimentati e trattati in base ai criteri legislativi dei rispettivi continenti.








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